Federico Contessi
Nome: Federico Contessi Nato: 29 Agosto 1931 San Benedetto del Tronto Figlio di: Domenico Contessi Professione: maestro d’ascia
Mi chiamano maestro
Un giorno trovai nella bottega di mio zio una cassetta degli attrezzi per la riparazione delle barche, così cominciai a giocare con il martello, la tenaglia, il segaccio e la pialla. Un gioco nuovo e divertente, a volte reso ancor più intrigante dalla faccia arrabbiata di mio zio che ritrovava gli utensili rotti o fuori posto. Ma un giorno mio zio mi colse sul fatto e quando ciò accadde mi portò nel suo cantiere. Avevo sei anni. Il primo lavoro che lo zio mi mise a fare fu la marcatura di una tavola; dovevo con il dito pollice e indice battere forte per tenere la linea, io battevo più forte che potevo anche se le dita mi tremavano. Ero contento di trascorrere alcuni pomeriggi a “giocare” nel cantiere anche perché, terminata la giornata di lavoro, mio zio mi riaccompagnava a casa e nel tragitto si fermava a parlare con me; ricordo che spesso mi ripeteva che nella vita bisogna essere sempre responsabili e non abbattersi mai. Da quel periodo non ho più smesso di lavorare nell’industria navale. Ormai grandi io, i miei fratelli e mia madre decidemmo di raggiungere papà in Argentina. Era il lontano 1947, avevo 16 anni e conobbi per la prima volta mio padre. Quando scesi dalla nave e lo vidi ci guardammo negli occhi senza parlarci, come incantati l’uno dell’altro. Mio padre guardava me, i miei fratelli e mia madre alla quale accarezzò più volte i capelli, poi le disse: -Cosa hai fatto? Ti ho lasciato con i capelli scuri e ora te li vedo bianchi. -lei rispose - Mi hai lasciato sola per sedici anni con tre ragazzi e ho dovuto attraversare da sola la paura e la povertà della guerra.. Ora ho la testa bianca e sono ancora giovane.- Papà era partito per l’Argentina nel 1921, ritornò nel 1926 per sposarsi per ripartire nell’anno 1931, quando sono nato io. Sapevo che mio padre era un pescatore da generazioni e che aveva a Mar de Plata una barca da pesca. Arrivato, l’unico mio desiderio fu quello di renderlo orgoglioso di me facendogli vedere cosa sapevo fare. Mio padre voleva che un figlio diventasse pescatore, ma non pensava a me piuttosto a mio fratello, il quale, invece, non aveva alcuna intenzione di intraprendere quel mestiere, tanto che presto riprese il passaporto e ritornò in Italia. Allora io dissi a mio padre che volevo fare il pescatore e lui mi imbarcò subito, ma fu un’esperienza terribile: - Per quindici giorni fui la persona più inutile dell’equipaggio perché non riuscii a fare niente, né mangiare né tenermi in piedi, tanto mi fece male navigare –. Capimmo entrambi che quel mestiere non era adatto a me, ma che avevo voglia di impegnarmi in quel settore. Così mio padre mi portò a lavorare in un cantiere di proprietà di uno spagnolo, abile maestro d’ascia. Lo “zio” Argentino mi accolse con così tanto amore e altruismo che mi insegnò tutto su quel mestiere. Dopo due anni di lavoro duro ma entusiasmante, durante il quale partecipai alla costruzione di diverse piccole barche, mi disse che non mi avrebbe più pagato se non mi fossi licenziato perché, secondo lui, ero pronto per mettermi in proprio. Infatti non mi pagò per sette mesi. Inizialmente io non volevo andare via dalla sua protezione perché mi trovavo benissimo, ma lo “zio” insistette in quanto aveva capito che lì con lui non sarei cresciuto professionalmente e, siccome ero molto capace, dovevo creare qualcosa di mio. Dopo un breve periodo di disorientamento mi si presentò l’occasione di comprare una barca vecchia che riuscii ad acquistare con i soldi di quei sette mesi di lavoro, poi retribuiti. Mentre lavoravo al restauro di quella imbarcazione i pescatori del porto di Mar de Plata mi osservavano e notando che conoscevo il mestiere cominciarono a chiamarmi per delle riparazioni. Mi pagavano con le mance, non era molto ma abbastanza per comprare il materiale che mi serviva a continuare la ristrutturazione . Ultimata la barca riuscii a venderla e con quei soldi comprai la terra sulla quale ho costruito il mio cantiere. Dal quel periodo non ho mai smesso di riparare le barche dei pescatori, italiani e stranieri, che tuttora vanno a pescare in America. A 23 anni ho fabbricato “Compagnello”” (dal nome del committente), la mia prima barca. Ricordo ancora l’ansia che mi avvolse quando la consegnai per il varo, tanti dubbi, paure mi assalirono, ma fu un successo. La tenacità, la forza e il coraggio mi hanno portato, oggi, alla realizzazione di 121 barche e tre in attivo e un semisommergibile per l’osservazione delle balene a scopo turistico. Quelle parole che ascoltavo a sei anni da mio zio hanno costruito la mia personalità di uomo e di imprenditore, perciò il cordone che mi lega a San Benedetto non potrò mai spezzarlo. Ora sono i miei figli a continuare il lavoro perché la salute non me lo permette più. Inoltre, rispetto a quando ho iniziato, molte cose sono cambiate: i maestri d’ascia sono stati sostituiti dai saldatori e a posto del legno ora si usa l’acciaio e l’alluminio. Tuttavia servono ancora molte braccia per costruire navi, infatti in questo momento lavorano con me 65 persone e 10 apprendisti di circa 20 anni. Insegnare ai giovani mi è sempre piaciuto e lo faccio con tutto il cuore, loro, in cambio, mi chiamano maestro. La voglia di crescere e di non fermarmi mai, anche nei momenti di forte crisi economica, mi ha spinto a realizzare un’altra impresa quella della pesca e vendita dei gamberoni. L’Argentina ha attraversato e sta attraversando situazioni di instabilità ma la mia filosofia di vita rimane sempre la stessa: lavorare e produrre perché prima o poi qualcosa cambia. I giovani di oggi in Argentina così come in Italia li vedo molto impauriti, invece vorrei dirgli che bisogna continuare ad avere fede nel futuro senza mai scoraggiarsi. Non a caso ho intitolato vent’anni fa una delle mie barche “FidesFe” e, una delle mie ultime creazioni, l’ho chiamata “Trabajamos" che vuol dire "Lavoriamo".
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