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Federico Pignati

 
Coniugi Pignati

 

Nome: Federico Pignati

Nato: 1924 San Benedetto del Tronto

Figlio di: Gustavo Pignati e Concetta Panfili

Professione : funaio

 
 
 

Un uomo nato imprenditore

 

Federico Pignati è nato nel 1924 a San Benedetto del Tronto nella casa di via Faliero dove ci ha ospitato per intervistarlo. Uomo giovane nei suoi 84 anni, mente lucida e piena di ricordi che con semplicità e naturalezza ha fatto riaffiorare come in una favola, ma con la differenza che di immaginario non c’è nulla, è storia, e che storia!

Figlio di Gustavo Pignati e Concetta Panfili, discende da una famiglia di funai, il nonno Federico, già alla fine del XIX sec. commerciava le sue reste con i pescatori di Vasto, più organizzati e avviati alla pesca rispetto ai pescatori piceni. In uno dei tanti viaggi che il nonno Federico fece in Abruzzo incontrò la moglie, Filomena Muzi, nipote del commissario politico dello “Stato” di Vasto.

“Nonna Filomena, ci riferisce Federico, quando venne “rapita” da mio nonno aveva solo 17 anni e già era impegnata a fare da madre a 7 sorelle; trasferitasi con mio nonno a SAN BENEDETTO divenne la madre di 17 figli.”

Federico si è sposato nel 1950 all’età di 25 anni con Irma D’Angelo di 21 anni dalla quale ha avuto 4 figli: Concetta, Gustavo, Federica, Paola.

Inizia il suo racconto ricordando un tragico evento che coinvolse anche i fratelli.

“Spesso con mia sorella Filomena e mio fratello Giovanni andavamo a giocare nei pressi di una fogna situata vicino casa; un giorno vi trovammo molte vongole ammassate, così ne raccogliemmo a manate, e contenti di tal bottino lo portammo a nostra madre che le cucinò.”

Quel mollusco fu la causa della prima grande tragedia della famiglia Pignati. Un tifo nero, così definisce Federico il morbo che fece morire la primogenita Filomena a 17 anni e compromise il sistema nervoso di Giovanni il quale, poi, con un’accurata riabilitazione in una clinica della Capitale poté riprendere gli studi diplomandosi in lingue. Anche Federico fu colpito da febbre alta ma senza altre particolari conseguenze.

La carriera scolastica di Federico iniziò a San Benedetto dove frequentò le elementari con il maestro Merli, ma intorno agli anni ’30 il padre Gustavo si trasferì in Algeria con tutta la famiglia, alla ricerca di fortuna, così per Federico fu l’inizio di una nuova vita.

 
 

Il periodo algerino

 

In Algeria Gustavo Pignati fondò una fabbrica di cavi e reti per la pesca. Il padre, ci dice Federico, spesso gli rammentava di non pensare alle avventure e di non mettersi con la pesca perché: “è un’industria passiva per eccellenza e non è il nostro mestiere.”

“La pesca- afferma Federico- la fai perché il mare ti da’ ma non sai mai per quanti giorni dell’anno. Mentre, continua Federico a ricordare le parole del padre: il nostro mestiere di funaio difficilmente può sparire perché ci sarà sempre qualche “pazzo” che costruirà barche per la pesca e che avrà bisogno di corde e di cavi”.

La fabbrica di cavi e reti in Algeria inizialmente fu molto redditizia perché riforniva le navi tunisine, marocchine, algerine, egiziane fino a quelle israeliane e naturalmente italiane.

“Poteva contare sul lavoro di 35 dipendenti, 15 provenienti da San Benedetto e 20 “arabi”. Gli “arabi” erano addetti alla raccolta dell’Alfa, una pianta che cresce spontanea nel deserto a cespugli. Essi raccoglievano le foglie dell’Alfa che poi portavano in fabbrica e lì le macchine le sfibravano e le cardavano insieme alla palma nana per ricavarne il crine utilizzato nella riempitura dei materassi. Il crine avvolto in balle veniva esportato in Italia. Invece, per la produzione di corde per la pesca si utilizzava solo lo stelo o sparto dell’Alfa che veniva filato da alcuni operai portoghesi specializzati. Le stesse corde venivano anche utilizzate per il rivestimento del “libbano” (o libano), un cavo da pesca lungo circa 20 m., che per la sua caratteristica ruvida intorpidiva i fondali del mare, costringendo i pesci a sollevarsi dal fondale e quindi per venire catturati dal successivo passaggio della rete”.

In Algeria Gustavo Pignati conobbe il Paschà e ne diventò amico. Questi lo presentò ad alcuni armatori inglesi che lo invitarono a comprare delle barche per la pesca. Gustavo, attratto dall’affare, si recò a Londra e comprò 11 pescherecci a vapore e li portò a Orano in provincia di Argì in Algeria. Ad Argì Gustavo non riuscì a trovare macchinisti capaci di mettere in moto le barche così andò in Russia ad Odessa per reclutarli. Federico ricorda di quel periodoche il pesce si pescava e si vendeva, ma la manutenzione della piccola flotta era molto onerosa e quindi difficile da portare avanti.

 
 

Il ritorno a San Benedetto della famiglia Pignati.

 

Gustavo Pignati non riuscì nella sua impresa di armatore e dovette dichiarare fallimento compromettendo anche l’impresa di funi e cordami. Liquidato personale e fornitori, decise di ritornare in Italia. A San Benedetto, sicuro ormai della sua lunga esperienza di funaio, riorganizzò una nuova attività negli scantinati della sua casa natale. Inizialmente cominciò a commerciare con l’Algeria perché conosciuto tra gli armatori e i marinai e molto quotato per la buona qualità dei suoi lavori.

Federico, ormai sedicenne, ricominciò a San Benedetto a frequentare l’ultimo anno delle scuole elementari, ma per imparare meglio la lingua italiana veniva seguito privatamente dalla prof.ssa Giovagnioli che gli permise di acquisire una buona conoscenza dell’idioma natale; successivamente frequentò la scuola d’avviamento marinaro. Tuttavia, come per molti ragazzi della sua età ed epoca il lavoro non finiva con la scuola ma continuava nella fabbrica del padre nel girare la ruota di grosso.

Siamo negli anni ’40 la grande guerra invade anche l’Italia. Il padre di Federico è impegnato a cercare committenti per vendere i suoi prodotti. Tra le varie conoscenze di Gustavo c’è il sig. Merlini, imprenditore e amico del Duce. Da questi ebbe l’incarico di rifornire le milizie. Merlini aveva molti interessi a far lavorare imprenditori di San Benedetto per poter gestire le commissioni che gli provenivano dal nuovo governo: “Merlini incaricò mio padre di produrre corde, cordicelle per le tende militari e rocchetti di filo, in cambio lo pagava a peso e gli forniva la canapa. Merlini aveva potere sulla canapa e dove collocarla perché anche per essa c’era il partito”.

Il lavoro in questo periodo fu molto duro - ci riferisce Federico - perché l’importante era realizzare quante più funi e cordami possibili per poter vivere.

Federico, giovanissimo ma ormai ben avviato nel mestiere di funaio, fu poco dopo incaricato dal sig. Vecchiotti, amministratore per il Consorzio della Canapa in Ascoli Piceno, di ricoprire il ruolo di ispettore di qualità presso lo stesso Consorzio.

Finita la guerra la ripresa fu molto dura in ogni settore. Federico ricorda, ancora con molta commozione, quando andava a Molfetta dove aveva alcuni committenti tra i pescatori. Viaggiava con dei rudimentali treni merci che, al posto delle cisterne per il trasporto del mosto, avevano botti ben legate tra loro e Federico, percorreva il tragitto che da San Benedetto lo portava in Puglia seduto sopra le botti, perché dentro alla cabina non c’era posto, portando con sé qualche cavo o qualche rete.

“Spesso, però, mi lasciavano distanti dal luogo dove io ero diretto, così proseguivo il viaggio con l’onmibus, mentre i cavi o le reti le caricavo sui birrocci di cavalli o asini che incontravo per la strada. La merce arrivava sempre dopo di me e alcune volte non arrivava”.

Nel caos della ripresa post-bellica tutto era difficile anche reperire la canapa. Racconta Federico che per andarla a comprare nelle zone emiliane di Cento e Ferrara occorreva un permesso di andata e ritorno, ma l’auto con la quale si spostava non permetteva un viaggio veloce raggiungeva appena i 40Km/h) e la possibilità di caricare una consistente quantità di canapa grezza.

“Viaggiavo in orari inusuali, meno sottoposti ai controlli per sfruttare lo stesso permesso una seconda volta e quindi compiere due viaggi di andata e ritorno che mi permettevano un doppio carico di canapa. Alcune volte mi capitava di regalare qualcosa al finanziere per farmi allungare il permesso di 5-6 ore, così potevo fare più di un viaggio di contrabbando”.

Gli ordinativi dei manufatti arrivavano tramite lettera o telegramma che Federico andava a ritirare alle poste di San Benedetto. Alcune volte alcuni pescatori si impegnavano in lunghi viaggi con i pescherecci o con il treno per raggiungere la ditta Pignati e comprare rotoli di spago che poi, per risparmiare, intrecciavano da soli. Tuttavia le commesse non erano mai abbastanza e il lavoro permetteva solo una magra sussistenza.

In seguito lo Stato erogò dei finanziamenti ai cantieri navali per ricostruire la flotta e quindi ridare impulso alle attività commerciali sul mare.

In un anno, a San Benedetto, fu ricostruita la flotta, ma occorreva anche rifornirla di tutta l’attrezzatura e soprattutto di cavi e reti; iniziò così per la ditta di Federico Pignati un periodo di fervente lavoro.

“ Erano gli anni a cavallo tra il 1950 e il 1960 quando si cominciarono a vedere dei sicuri guadagni, perché non era più il singolo “parone” a pagare ma le banche, in quanto i soldi provenivano direttamente dai finanziamenti statali. Spesso - ci rivela Federico - alcuni pescatori facevano affondare la loro piccola barca per poter richiedere finanziamenti e ricostruirne un’altra più grande e più al passo con i tempi.”

Nel frattempo Federico termina gli studi d’avviamento marinaro e inizia a lavorare, nel pieno delle sue forze fisiche e mentali, a fianco a fianco del padre Gustavo che definisce con orgoglio il suo maestro. Questo fu un periodo di intensa attività produttiva e commerciale per la ditta.

“ Una volta rifornimmo una flotta peschereccia che partiva da Nola di Bari per una battuta di pesca di 6 mesi in Egitto. Fu una commessa molto importante quanto onerosa e quindi occorreva al più presto riscuotere il denaro per il lavoro effettuato. Mio padre partì con un motopeschereccio per Alessandria d’Egitto per andare a riscuotere il denaro e lì fu pagato in piastre d’oro che mise in una valigia e un po’ nella cintura, per poi ripartire per l’Italia a bordo di una barca fino a Brindisi e da lì proseguire il viaggio con il treno. Il viaggio era pericoloso, ma mio padre sapeva come camuffarsi tra la gente. Quando arrivò a casa ricordo che mia nonna Filomena gli disse: O dio non t’ha ammazzate nisciune! Una volta riscosso il compenso, però, non era semplice a San Benedetto cambiare le piastre d’oro in lire di taglio piccolo - ci spiega Federico - spicci che servivano a pagare gli operai, ma la banca per il sig. Pignati faceva un’eccezione tanto era un buon cliente.”

Arriva la chiamata alla leva militare, Federico si sarebbe dovuto allontanare da casa per 32 mesi, ciò avrebbe comportato un’assenza troppo gravosa, allora il padre Gustavo intesta la ditta al figlio: FEDERICO PIGNATI DI GUSTAVO- cavi e reti per la pesca. Federico diventa il titolare della ditta di via Faliero a San Benedetto ed evita il servizio militare.

L’azienda poteva contare su 5 canapini stipendiati, alcuni funai assunti a cottimo e un discreto numero di retare che lavoravano a domicilio. Le retare di San Benedetto in alcuni periodi di maggiore lavoro non bastavano, così Federico aprì un’agenzia a Molfetta che reclutava retare per la realizzazione solo di reti da pesca.

Gli anni scorrono ma i tempi felici e redditizi dovuti alla ripresa post-bellica stanno per accusare un periodo di crisi: i pescatori non riuscivano più a coprire le spese soprattutto quelle dovute alla riparazione delle barche. Infatti tutte le imbarcazioni ricostruite, anche grazie ai finanziamenti statali, presentavano diversi problemi soprattutto dovuti al materiale scarto di costruzione e alla poca cura durante il processo di realizzazione. Con la crisi della pesca anche la ditta di Federico ne risentì; le commesse diminuirono sempre di più fino al fallimento della stessa.

Federico, però, non si demoralizzò, ricordava le parole del padre: Ti vuoi sposare? ma la moglie la puoi mantenere? Spinto dal dovere di mantenere la sua famiglia decise di ricominciare da capo, ma questa volta non come funaio ma come pescatore.

 
 

L'esperienza con il peschereccio Sirio

 

Un amico e collaudato capitano, il comandante Aldo D’Avanzo, un uomo che aveva fatto parte nella Marina Militare del corpo dei sabotatori con i maiali, gli propose di mettersi in società con lui per una campagna di pesca con la nave SIRIO, un ex cacciatorpediniere adattato per la pesca, di proprietà del grande editorialista milanese Angelo Rizzoli. Per 2 anni Federico pescò in molti mari del Mediterraneo per conto del sig. Rizzoli in qualità di amministratore tecnico e D’Avanzo come amministratore contabile e capitano di lungo corso. Le battute di pesca non andarono bene perché il commercio del pesce non copriva le spese di manutenzione. Rizzoli così decise di fermare il peschereccio e lo fece, ricorda Federico, con queste parole: Nessuna delle mie industrie perde e non c’è ragione che debba perdere questa.

“Angelo Rizzoli , continua a raccontarci Federico, non volle vedere neppure i libri contabili perché si fidava di noi e della nostra buona capacità di amministrazione, ma sapeva quanto fosse difficile la pesca soprattutto nel nostro amaro Adriatico , una frase che Rizzoli riprese da una poesia di Gabriele D’Annunzio suo primo finanziatore.

Finita nel giro di 2 anni l’esperienza di pesca con Rizzoli il comandante D’Avanzo, su invito di uno zio che aveva fatto fortuna in Perù, decise di comprare con i suoi risparmi la “Stroppo”, una barca da pesca, e iniziare una nuova avventura come marinaio nelle acque dell’Oceano Pacifico. Invitò di nuovo Federico a mettersi in società con lui e così ebbe inizio la lunga esperienza peruviana.

 
 

In Perù con il peschereccio Stroppo

 

L’anno 1955 vide Federico alle prese con le fredde e impervie acque dell’Oceano Pacifico, lontano dalla famiglia, rimasta a San Benedetto insieme al padre Gustavo ormai anziano. Federico non aveva capitale per mettersi in società con D’Avanzo, ma con tutti i suoi risparmi riuscì a realizzare una rete di 70 q. di canapa e con questa compartecipò all’impresa. Presto la rete si dimostrò essere un “corpo morto” perché non era adatta al tipo di pesca che si praticava in Perù.

“ Nessuno la voleva comprare perché era di canapa e pesante mentre in Perù si praticava la pesca in superficie e quindi occorreva un tipo di rete più leggera tanto che già si utilizzava il naylon.”

Furono tempi difficili- continua Federico- perché a San Benedetto la casa era andata all’asta per i debiti di mio padre, e mia moglie con i miei due bambini e mio padre dovettero andare in affitto. Io non riuscivo a mandare loro molti soldi perché non riuscivamo a vendere il pesce che pescavamo, in quanto in Perù si consumava pesce solo appena pescato e quando ai grossisti gli proponevamo il pesce nelle cassette con il ghiaccio ci giravano la testa schifati.”

Perciò i primi due anni di lavoro in Perù come pescatori furono molto duri e sofferti.

“Pescavamo palombi, spigole, merluzzi, cernie, congrio e mangiavamo pesce tutti i giorni perché non avevamo soldi neppure per comprare un francobollo”

In seguito impararono a vendere il pesce appena pescato e messo in cassette direttamente ai supermercati. Il pesce che veniva consumato dai peruviani era bonito, gorniglola, tonno, sgombri, acciughe.

“Anche il sistema di pesca nel Pacifico era diverso, infatti si pescava a vista dalla costa perché oltre si cadeva in profondità abissali. E non meno facile, fu adatarsi alle abitudini della gente peruviana. Lo stile di vita dei pescatori del luogo e delle loro famiglie negli anni ’50 era ancora selvaggio. Camminavano scalzi, non conoscevano l’orologio, per loro la giornata andava dalle sei della mattina alle sei del pomeriggio, praticavano la poligamia che era simbolo di virilità maschile, bevevano molta birra e vivevano del loro pescato e di provvidenza giornaliera.”

Queste osservazioni fanno pensare ad un leitmotiv ricorrente nella storia: il conquistatore che non accetta i costumi del popolo conquistato e cerca di cambiarle, rendendo la vita di quest’ultimo un inferno. Infatti, ai peruviani l’uso delle scarpe procurarono ai piedi i calli che non avevano mai conosciuto; il nuovo modo di alimentarsi le carie ai denti; le mattonelle sui pavimenti delle abitazioni i reumatismi. Le abitazioni non avevano il pavimento ma la nuda terra che tenevano pulita dagli insetti con il semplice uso di una lampada alimentata dal grasso di pesce che, ardendo tutta la notte, permetteva alla papera, loro animale domestico, di vedere lo scarafaggio o altro insetto e mangiarselo.

“Il lunedì mattina, all’alba, ricominciava la settimana lavorativa e per me – ricorda Federico - era il giorno più brutto perché la domenica gli “indios” andavano ad ubriacarsi e poi andavano a dormire da una delle mogli. Così prendevo il mio camioncino con rimorchio e andavo in giro per i villaggi a recuperare il mio equipaggio che puntualmente trovavo ancora addormentato, sbronzo e niudo. Durante la mattinata smaltiva la sbornia e poi cominciava a lavorare.

Un giorno Gamboa, il nostro motorista arrivò alla barca con un piccolo battello, perché non c’era il porto per attraccare le navi, completamente bagnato e ubriaco. Gli domandai cosa era accaduto e lui mi rispose: Segnor se me acabò el mulle y me fui all’agua (Signore mi scuso se mi è finito il molo). Era una esclamazione classica tra la gente del luogo, perché ubriachi camminavano per il molo senza accorgersi della fine e quindi cadevano in mare che, come una doccia fredda, li risvegliava dall’assopimento dato dai fumi dell’alcool.”

Non sempre però il mare li risvegliava: Gamboa morì affogato e fu sepolto da Federico a Callao.

Passarono ben 8 anni nei quali la dura vita del pescatore si mescolò a quella di commerciante e imprenditore insieme al socio. L’Oceano, però, richiedeva una tecnica alieutica diversa, si pescava con la rete in superficie, quindi occorrevano delle reti leggere, facili da riprendere una volta impigliato il pesce. Federico, ancora con grande rammarico, apprese ciò con la perdita della sua rete di canapa da 70 q.

“ Un giorno con la mia rete avevamo pescato tanto pesce che impigliandosi nelle larghe maglie moriva creando un peso insostenibile per i cavi di traino, così i 700 m. di cavo che tenevano unita la barca alla rete si staccarono, facendo scivolare via tutto il pesce insieme alla rete. Piansi, per la prima volta piansi, la mia unica partecipazione a quella impresa di pesca in Perù era la mia rete, ora il comandante D’Avanzo poteva pure liquidarmi e io ritornare a casa ancor più povero di come ero partito.”

 
 

L'azienda di funi e cavi per la pesca a Paita

 

Come spesso accade nella vita ciò che sembra segnare la fine può determinare il punto d’inizio, e così fu per Federico Pignati. Egli decise di non continuare più con la pesca e di ritornare al suo mestiere di funaio. Chiese al suo amico D’Avanzo di comprargli dei cavi vecchi per poterli rigenerare e quindi produrne dei nuovi. Adattò la ruota di un carretto a ruota per filare di grosso e fece costruire da un suo amico americano una forma. Per sfilare i cavi vecchi e girare la ruota assunse 2 ragazzi peruviani: Alexandro e Stefan. Dovette insegnare loro il mestiere perché in Perù non si trovavano funai. Cominciò a vendere i cavi rigenerati ai pescatori del posto che vivevano nei villaggi nei pressi delle calle, le piccole insenature della costa peruviana. L’attività crebbe sempre di più tanto che intorno agli anni ’60 la nuova azienda di Federico contava circa 30 operai. Il numero di questi era piuttosto elevato perché per sfilare le corde usate occorreva molto tempo, e con più manodopera i tempi si accorciavano. Gli operai erano pagati a giornata (circa 1/3 di dollaro al giorno). In seguito introdusse la ruota azionata dal motore e il numero di operai scese fino a 15.

L’azienda ormai ben avviata aveva bisogno di nuovi introiti così smise di rifornire la piccola pesca e iniziò con la grande pesca.

In questi anni la pesca in Perù ebbe un’impennata, e con essa tutta la produzione collaterale. “ La mia azienda ricopriva 1/10 della domanda, anche perché essendo esclusivamente artigianale non poteva soddisfare un numero elevato di richieste.”

In Perù nacquero molte aziende di cavi e reti organizzate in società multinazionali con capitale americano; tecnologicamente erano più avanzate e quindi con una capacità produttiva che andava a ricoprire l’80% della domanda. Per la ditta Pignati la concorrenza di queste aziende multinazionali determinò un difficile ostacolo da superare. Tuttavia quest’ultime realizzavano un prodotto che si adattava alla pesca, mentre la ditta Pignati produceva un cavo adatto solo alla pesca e su specifica richiesta del cliente. Questo fattore fu il motivo del non fallimento della ditta Pignati, ma anzi, della sua crescita finanziaria perché la multinazionale imponeva il prezzo sul mercato con netto vantaggio per l’azienda artigiana.

“ I miei prodotti erano ben fatti perché trovavo dell’ottima materia prima nei cavi usati. Ciò fomentò anche il furto di corde perché la gente del luogo sapeva di avere un acquirente sicuro. Naturalmente alcune volte dovevo corrompere la finanza con regalie per poter continuare nel mio mestiere senza troppi problemi.”

Gli anni passavano e la pesca esigeva materiale nuovo e più resistente così anche la ditta Pignati iniziò a produrre cavi con fili d’acciaio. I fili d’acciaio erano importati dal Giappone o dal Belgio. Solo una volta - ci racconta Federico ancora fortemente rammaricato - comprò 10 t. d’acciaio da una ditta di San Benedetto, ma non fu un buon acquisto perché i fili non erano zincati ma lucidati, e un cavo non zincato si ingiallisce e più velocemente si deteriora.

“ Un giorno venne a visitare la mi azienda il proprietario di una grande azienda americo-peruviana: il sig. Paiette; questi era interessato a vedere come producevo i miei cavi tanto erano rinomati per la buona qualità. Gli feci visitare la mia azienda e quando andò via mi disse di continuare quello che stavo facendo perché il mio prodotto non avrebbe avuto mai fine.”

La situazione economica per Federico era nettamente migliorata, ma a distanza ormai di circa 10 anni ancora non si era ricongiunto con la sua famiglia. Comprò un biglietto d’aereo e partì per SB con l’intenzione di riportare in Perù tutta la sua famiglia. Irma impaurita dal pensiero di andare a vivere in una terra a lei sconosciuta in un primo tempo rifiutò la proposta di Federico, poi partì ma senza i figli, voleva rendersi conto da sola che vita li avrebbe aspettati.

Dopo poco tempo decisero di far arrivare i loro due figli, Gustavo e Concetta, così li affidarono al capitano di un aereo dell’Alitalia diretto a Lima.

Nel 1963 la famiglia Pignati si riunì dopo tanti anni di separazione e di tribolazioni.

“ La prima casa che ci ospitò era un’abitazione di 7 mq sulla spiaggia di Paita dalla quale bastava allungare una canna per pescare”.

Durante gli anni a cavallo tra il 1963 e il 1970 conobbe diverse persone anche molto influenti come il cardinale Luis De Sompursio che più volte fu suo ospite. Attraverso il cardinale De Sompursio Federico conobbe il Legato Pontificio di Lima con il quale strinse una forte amicizia.

“ Conobbi anche il Vescovo di Lima perché sono stato sempre molto vicino alla Chiesa, e quando cadeva la festa della Virgin de la Mercedes (Vergine della Misericordia) protettrice dell’esercito peruviano, arrivavano molti sacerdoti ma non sapevano dove alloggiare così io e mia moglie li ospitavamo a casa. Ricordo che quando ospitai a casa il Legato Pontificio questi arrivò con la limousine scortato da auto e moto militari. In Perù è molto sentito il rispetto per le cariche ecclesiastiche.”

Nel frattempo nacquero nella piccola casa di Paita gli altri due figli: Federica e Paola. In seguito le esigenze della famiglia aumentarono così Federico e sua moglie decidono di costruire una nuova abitazione più grande e più confortevole sempre sulla spiaggia di Paita.

Intorno alla fine degli anni ’70 l’azienda non produrrà più cavi rigenerati da cavi usati ma da nuovi prodotti dalla Manilcordasco di Manila e smistati da un’azienda di San Diego (California) con la quale Federico aveva rapporti commerciali.

“ Per schivare – ci rivela Pignati – un’alta aliquota doganale sui filati continui facevo arrivare da San Diego pezzi di cavi nuovi lunghi circa 2 metri che poi con i miei operai rigeneravo.”

Nuovi macchinari vennero introdotti nell’azienda in questi anni e ciò permise una maggiore velocità nella produzione del prodotto finito ma anche una diminuzione di personale. Licenziare giovani ragazzi che avevano voglia di lavorare a Federico dispiaceva molto, ma le leggi peruviane avevano introdotto un decreto che obbligava i padroni di un’azienda a far diventare soci i propri dipendenti se questi superavano il numero imposto dalla legge. Ciò comportò un’ulteriore diminuzione del numero di operai che da 12 passarono ad 8. Con pochi operai rifornire la grande pesca diventò impossibile così Pignati continuò a realizzare cavi solo per la piccola pesca.

“ Oscillavo dai 30 ai 10 clienti al mese, ma ciò non aveva diminuito i miei guadagni. La grande pesca si riforniva esclusivamente dalle aziende multinazionali come quella di Paiette e io curavo i miei clienti che erano i piccoli pescatori. Le reti, invece, le compravo in saldo da Paiette e poi le rivendevo con un piccolo carico.”

L’esperienza con la gente del posto e con le cariche pubbliche fu molto forte sia per Federico che per la sua famiglia, e ciò lo evidenziano le parole piene di commozione, di tenerezza e di orgoglio nei confronti delle persone che ha conosciuto o semplicemente condiviso un momento della loro vita. Vogliamo riportarle tutte di un fiato così come lui ce le ha raccontate.

“Per loro ero l’orologio, alle 8 in punto partivo da casa mia per andare al centro di raccolta operai, li caricavo sul mio camioncino e li scaricavo davanti alla fabbrica. Se qualcuno faceva ritardo non lo aspettavo altrimenti li abituavo male. Alle 13 li riportavo al centro di raccolta e loro andavano a mangiare e poi li andavo a riprendere per riportarli la sera.

Che vita che ho fatto!

Alla sera verso le 18 dovevamo smettere di lavorare perché si alzava il vento e intrecciava i fili. La fabbrica era riparata dal sole dalle mura del cimitero ma non dal vento e dalle zanzare che si presentavano in nuvole e ti mangiavano.

Per i miei dipendenti ero Don Pignati o Il Capi. Indossavo sempre un cappello con infilato di lato un peperoncino rosso e alcuni di loro pensavano che ero della mafia per cui mi rispettavano.

Quante ne ho dovute subire!

Gli operai avevano tutti tra i 12 e i 15 anni: avevano terminato la scuola elementare e andavano a lavorare. La maggior parte arrivava solo alla terza perché per il governo se imparavano di più poi potevano pretendere altri tipi di lavoro, o trasferirsi a Lima con lo scopo di trovare una posizione migliore, facendo così gonfiare la città.

Ragazzi e ragazze a questa età erano già genitori anche di più bambini. La prolificazione era molto elevata, però l’80% dei bambini moriva dopo pochi giorni di vita. Le madri si affrettavano a far battezzare i loro bambini, ma spesso il sacerdote di Paita si rifiutava di amministrare il sacramento, perché le richieste arrivavano in ogni momento del giorno e della notte. Un giorno ricordo che, mentre mi stavo riposando su una sedia, una donna con un fagottino in mano mi chiama per dirmi che il parroco non voleva battezzarle la figlioletta moribonda perché la domenica era il giorno dedicato ai battesimi. Allora io prendo questa donna e sua figlia e la porto dal parroco, la bimba viene battezzata e io gli faccio da padrino. Sono stato il padrino di più di cento bambini.

La promiscuità, la povertà, l’alcool, l’ignoranza culturale erano le cause di molti crimini, in particolare lo stupro. Era un problema da affrontare al più presto e consigliai Belaunde Terry 1 di estendere la pena di morte. Il consiglio promulgò subito un decreto legislativo sul reato di stupro se commesso su bambini/e al di sotto dei 5 anni. Nel giro di un anno le carceri si svuotarono, migliaia furono i detenuti fucilati.

Durante gli anni di dittatura 2 molti incarichi venivano consegnati per “adito” ossia obbligando la persona a ricoprirli. Io fui nominato sindaco di Paita per “adito” dal 1968 fino al 1973 per quasi 5 anni. Furono anni molto difficili perché dovetti conciliare i miei impegni di sindaco con quelli della mia azienda. Per quasi cinque anni non ho conosciuto domenica, Natale, Pasqua e lavoravo 12 ore al giorno. Irma e la mia famiglia soffrì molto di questa situazione. Tuttavia riuscii a portare la luce pubblica nella città comprando con il mio denaro tutte le lampadine per l’illuminazione. Una spesa che feci presente all’amministrazione centrale di Lima, ma mi fu risposto che fare il sindaco costa e, naturalmente, non era permesso replicare. Ristrutturai una piccola scuola elementare, e soprattutto collaborai insieme al parroco e alla Caritas per la distribuzione dei beni di prima necessità alla gente di Paita e dei villaggi limitrofi che vivevano in condizioni di estrema povertà”.

 

Dimessosi dall’incarico di sindaco Federico ritornò a dedicarsi completamente al suo lavoro, ma non trascurò mai la vita comunitaria e soprattutto per quanto a lui possibile continuò a far del bene a suoi concittadini peruviani. Ci racconta, a tal proposito, che aveva conosciuto tramite amici in comune il presidente Bealunde Terry con il quale strinse una forte amicizia e che durante una visita al palazzo di Governo a Lima, al quale aveva accesso immediato come amico, consigliò il presidente di fondare una scuola per l’avviamento marinaro al fine di dare a molti giovani peruviani la possibilità di inserirsi con più dignità nel mondo del lavoro.

Fu in questo periodo che il Perù vide l’arrivo di motopescherecci sambenedettesi, attirati dalle notizie sulla ricchezza del patrimonio ittico locale e sulle opportunità di commercializzazione. Ma anche queste furono esperienze fallimentari ed in un paio di circostanze Federico dovette intervenire per consentire il furtivo rientro in patria di barche ed equipaggi, minacciati dal sequestro dei creditori

1 Presidente del Perù dal 1963-68 e dal 1980-85.

2 Nel 1968 un colpo di stato da parte del Generale Velasco Alvarez fa cadere il governo di Belaunde Terry dando inizio ad un governo dittatoriale dal 1968 al 1975.

 
 

La fine della pesca: El Niño

 

Il 5 gennaio 1983 è l’inizio per il Perù di una terribile catastrofe ambientale e umana. Per circa sei mesi si abbatté una pioggia torrenziale sulla parte nord del Perù nella regione di Pura, causando la distruzione di interi villaggi e cittadine, e soprattutto la morte di centinaia di persone tra le quali molti bambini. Probabilmente l’alluvione fu causato da uno dei tanti effetti di El Niño. Niño è un fenomeno climatico che dura diversi mesi e che parte da un anomalo riscaldamento del mare per poi influenzare i venti e generare perturbazioni che portano uragani e alluvioni. La variazione climatica provoca la morte del placton e dei pesci, e proprio per questo, la prima conseguenza di El Niño è un periodo di scarsa pescosità nelle zone colpite.

La scarsissima pescosità determinò la fine della pesca a Paita e con essa anche tutte le attività collaterali. Anche la ditta Pignati fu colpita duramente da questo evento. Molti pescatori abbandonarono le loro imbarcazioni sulla spiaggia, altri decisero di spostarsi verso il Cile.

Federico decise di vendere l’attività e tutte le sue proprietà con l’intenzione di ritornare in Italia. Infatti vendette la fabbrica al Sig. Lee, un ricco commerciante di pesce congelato. Questi, prima di rilevare la fabbrica, chiese a Federico di insegnare a suo figlio il mestiere di funaio e quindi inserirlo nell’attività. L’inserimento durò circa sei mesi e poi l’attività fu ceduta alla famiglia Lee che la continuò per alcuni anni.

Irma con i figli andarono via da Paita nel 1983, terrorizzati dalle terribili conseguenze dell’alluvione. Federico rimase a Paita fino al 1988 per sistemare alcuni affari, ma furono anni intervallati da numerosi ritorni in Italia. Nel 1989 la famiglia Pignati si riunì definitivamente a San Benedetto nell’attuale casa di via Faliero. La casa fu riacquistata nel 1976, dopo circa venti anni dalla perdita, grazie alla maestria e allo spiccato intuito della moglie Irma.

 

 
 

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