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Beatrice Piacentini Rinaldi

Beatrice Piacentini Rinaldi
Beatrice Piacentini Rinaldi

Beatrice (Bice) Piacentini Rinaldi (1856-1942)

Nacque a San Benedetto del Tronto il 21 agosto 1856, dall' avvocato romano Agostino Piacentini Rinaldi e dalla sambenedettese Mariana Fiorani. Successivamente si trasferì a Roma, pur tornando ogni anno nel paese natale durante le vacanze estive (da metà luglio a dicembre). Fu educata dalle suore di un monastero e si sposò, ancora giovanissima, con lo zio Carlo, fratello minore di suo padre Agostino. L'ambiente romano le favorì il contatto, da giovinetta colta qual era, non solo con la letteratura verista di fine secolo, ma anche con quella dialettale romanesca, dal Belli al Pascarella, i cui versi venivano letti nei salotti dell'epoca. Alla Piacentini va senz'altro riconosciuto il merito di aver inaugurato la poesia dialettale sambenedettese, se si fa eccezione per l'unico documento in tale dialetto che la precede: la canzone “Patre Pizze e Dunn'Andò” attribuita ad un certo Raffaele Palestini. I suoi versi, unanimemente riconosciuti come i più belli della letteratura locale, costituiscono ben presto il modello per eccellenza, quasi un “canone”, per coloro che a S. Benedetto si sarebbero inoltrati, numerosi, sulla strada da lei intrapresa, di certo lontana dalla letteratura “colta”, ma non per questo incapace di vera arte. Anzi. Pertanto pochi lettori, dopo aver esaminato attentamente le sue poesie, potranno concordare con quanto scrive l'autrice nella premessa alla loro definitiva edizione del 1926, e cioè che esse “non hanno pretese d'arte, ma forse sapranno parlare a qualche cuore. Né chiedono di più”.

Di lei così scrisse Francesco Palestini “Fu una rivelazione improvvisa. Nel cielo brillò una nuova stella e si distingueva per la sua luminosità: la sua luce solare incantò maggiormente in quanto s'era accesa in una parte ove non era che buio insondabile”. Inoltre Giovanni Crocioni collocò i suoi versi tra i più vivi e scultorei della letteratura dialettale marchigiana. Alcuni sonetti - e va detto che la Piacentini fece esclusivamente uso di questa forma poetica - comparvero dapprima in giornali paesani come L'Operaio e La Parola del Popolo, furono poi raccolti (dodici) nell'esiguo volumetto Sonetti in vernacolo sambenedettese del 1904, leggermente accresciuto (ventitré) nella seconda edizione del 1906. Del 1910 è una piccola silloge riguardante la moda femminile e la triste leggenda, d'amore gelosia e morte, de Lu curtille. Al 1926 risale, infine, l'ultima pubblicazione, Sonetti marchigiani, che raccoglie il meglio dei suoi versi dialettali.

Fu anche apprezzata scrittrice dei racconti in lingua. Si ricorda in tal proposito la lunga novella Il ballo del sospiro e il racconto La spiga di Biancarosa, pubblicato ne Il Picchio (Ancona, 15 agosto 1957).

Infine, non dev'essere dimenticato il dramma dialettale Ttenella in tre atti, che continua ad essere rappresentato, e ogni volta con gran successo.

Morì nella casa natale al Paese Alto, in via Consolato, fuori la quale fu posta una lapide con la seguente epigrafe dettata dallo storico Enrico Liburdi “Il negletto vernacolo / sambenedettese / assusrse a dignità d'arte / nei versi non perituri / di / Bice Piacentini Rinaldi / qui nata il 21 agosto 1856 / e / qui morta il 18 maggio 1942 / Nel centenario della nascita il Municipio pose”.

 

 
 

 
 

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