Francesco Palestini
Francesco Palestini (1919-1986)Può essere considerato il degno erede di Piacentini, dello Spina e del Vespasiani, vale a dire delle tre voci più alte della poesia dialettale sambenedettese. Anzi, diremo di più: a nostro giudizio, accanto ad alcuni versi che nulla aggiungono alla letteratura locale, ispirati come sono alla realtà paesana, ve ne sono altri da includere tra i più belli della poesia sambenedettese. Ci riferiamo a quei componenti in cui il Palestini, oltre a dimostrare un sicuro possesso della tecnica poetica (si veda il costante ricorso a varie figure retoriche), sì che alcuni sonetti sembravano veri e propri pressoché perfetti, mostra una voce personale, senz'altro una delle più profonde e ricche di umanità. Tali componimenti, quelli più intimistici, quasi esistenziali, che più si ricollegano per “affinità elettiva” al filone della letteratura còlta, il sottile equilibrio tra profondità di contenuto e bellezza formale ci induce persino a dire che i suoi migliori versi rimangono ineguagliati per l'efficacia, la forza delle similitudini, delle immagini, nonché la loro novità nell'ambito della letteratura locale. Detto in altro modo, nelle più riuscite prove del Palestini non sarà difficile, per chiunque vi s'accosti, riconoscere le inconfondibili tracce dell'autentica poesia. Francesco Palestini nacque a San Benedetto del Tronto il 22 febbraio 1919 nel quartiere “Mandracchio”, o anche detto “i pajarà”, dove passò l'infanzia. Dopo aver trascorso un iter scolastico regolare fino al conseguimento, 1937, del diploma di abilitazione magistrale, si arruolò nella Marina Militare nel 1939 e partecipò, durante il secondo conflitto mondiale, a sei campagne di guerra. Catturato dai tedeschi in Dalmazia, venne da lì deportato in un campo di concentramento in Germania da cui riuscì a fuggire, nel 1945, e a tornare in italia. Tre anni più tardi si trasferì con la famiglia nella Capitale, per motivi di lavoro, dove poté svolgere il suo servizio di funzionario presso la Direzione Generale delle Ferrovie dello Stato. A Roma, nei momenti di “otium”, poté dedicarsi alle letture predilette, alla conoscenza dei classici, frequentando biblioteche, archivi romani e vaticani. Tornò nella città natale nel 198, anno in cui era andato in pensione. Qui poté dedicarsi a tempo pieno a quell'attività di storiografo, dialettologo, nonché poeta, che aveva già intrapreso nella Capitale. Infatti, già dal 1972, aveva iniziato la collaborazione con il settimanale della Diocesi di Montalto e Ripatransone, La vedetta (nello stesso periodo collaborò anche con IL Messaggero). Negli anni precedenti aveva scritto commenti, uno per ogni componimento, alle poesie di Giovanni Vespasiani, che furono pubblicati in tre opere di quest'ultimo: Canti della Riviera (1952), Luci sul molo (1958), Voci della mia gente (1961). Nel 1974 venne stampata, a cura della Banca Popolare di San Benedetto, l'antologia Poesie in vernacolo sambenedettese, introdotta da un suo saggio sull'argomento intitolato “Il dialetto sambenedettese e i sostrati etnici”. In questo libro si trovano alcuni suoi componenti dialettali; altri verranno poi inclusi nelle antologie edite dal Circolo dei Sambenedettesi (Poesie e canti sambenedettesi, 3ª rassegna poesie e canti sambenedettesi); da ricordare che un numero considerevole delle poesie del Palestini venne pubblicato nelle riviste locali: Le Nostre Regioni (Ascoli Piceno), Nuova Aurora (Ascoli Piceno), La Vedetta (Diocesi di Montalto e Ripatransone), La Frusta Sambenedettese (S. Benedetto), La Voce di San Benedetto del Tronto (S. Benedetto), Lu Campanò (S. Benedetto), All'ombra del Torrione (S. Benedetto). Dal 1977 al 1985 fu redattore del periodico cittadino La voce di San Benedetto del Tronto di cui gli era stata affidata la terza pagina. In essa ebbe modo di pubblicare corpose ed interessanti monografie, soprattutto di carattere storico-archeologico, che non hanno ricevuto in città quell'attenzione che indubbiamente meritano. Queste furono, dopo la sua morte, raccolte in una cartellina a cura dell'Amministratore Comunale e dell'Archeoclub cittadino. Di essa dà notizia un articolo apparso sulle pagine de Il Resto del Carlino nei giorni in cui è stato realizzato il lavoro. “È forse il più sincero omaggio”, vi si può leggere, “alla memoria di un appassionato studioso, ricercatore del passato della nostra zona e delle vicende che hanno condizionato la vita delle varie popolazioni succedutesi nel corso di millenni in questo lembo di terra picena. Una ricerca, quella di Francesco Palestini, fatta di tanto amore per la sua città, di tanta serietà e di tanta fede nei valori della tradizione e nell'importanza che ogni piccolo tassello ha per la migliore conoscenza delle proprie radici. La sua è stata una ricerca 'aperta' perché tutto veniva reso noto, nel bisogno costante di rendere partecipi gli altri alla gioia prodotta da qualsiasi reperto, sia che esso provenisse dal sottosuolo o dal chiuso di qualche biblioteca...” Oltre a questi scritti l'Archeoclub, di cui il Palestini fu presidente, curò la stampa di due suoi quaderni di toponomastica storica: Albula (1983) e Ragnola e Borumpadaro (1984). All'anno 1980 risalgono due “Prefazioni” ad altrettanti testi, uno in lingua e uno in dialetto, dell'amico e direttore de La Voce di San Benedetto del Tronto Mario Buttafoco: rispettivamente C'è una stella in cielo, Pensieri in vernacolo sambenedettese. Numerosi gli inediti, fra cui ricordiamo ancora una lunga serie di saggi toponomastici, alcuni studi sulle epigrafi rinvenute nell'agro truentino, una raccolta di brani di autori latini che riguardano le vicende del territorio piceno e le poesie scritte in Germania durante il periodo di prigionia. Per quello che concerne il dialetto, oltre alla sua produzione poetica che sarà di seguito descritta, vi è da citare l'importante pubblicazione postuma, a cura del Circolo dei Sambenedettesi, Il dialetto sambenedettese. L'opera, studio approfondito sulla parlata popolare locale, nonché prima grammatica e primo dizionario di essa, era stata già ordinata in forma dattiloscritta, pronta per la stampa; mancava soltanto una revisione che lo scrupoloso autore non ha avuto il tempo di attuare, morendo il 14 gennaio 1986, e che fu in seguito compiuta dai curatori e dal fratello Giuseppe. |
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