Giovanni Vespasiani
Giovanni Vespasiani (1886-1967)Nacque a San Benedetto del Tronto il 2 gennaio 1886 e morì il 12 maggio 1967 a Trofarello, in provincia di Torino. Ancora bambino perdette il padre e, nonostante la morte del genitore, riuscì a continuare gli studi fino al 1904, anno in cui fu costretto ad abbandonarli per iniziare a lavorare. Da allora, e per circa quarant'anni, svolse la professione di impiegato di banca. Dapprima nella Banca Agricola Industriale di S. Benedetto, dove rimase anche dopo l'assorbimento della stessa da parte del Credito Adriatico. Dal giugno 1931 fu dipendente della Banca delle Marche e degli Abruzzi a Ripatransone. Nel 1939 fu trasferito nella sede di S. Benedetto del Tronto, all'Ufficio di Segreteria, e qui lavorò fino al conseguimento della pensione, avvenuto l'11 aprile 1944. Richiamato alle armi nel 1915, aveva partecipato al primo conflitto mondiale. Nella prima fase della guerra, dopo il periodo di istruzioni nel 58° Fanteria a Padova, era stato inviato a ricostruire, insieme ad altri commilitoni, il 136° Fanteria di stanza a Zompicchia (nel gennaio 1916). Con l'offensiva austriaca, assegnato alla 12ª Compagnia, 3° Battaglione, aveva partecipato all'occupazione della zona di resistenza della Val Sugana (giugno 1916). Successivamente fu assegnato, fino alla fine delle ostilità, agli Osservatori di Monte Asolone, Vallata del Pertica, Col della Beretta, San Giovanni, Col Campeggio, Col Moschin e Col Caprile. La sua lunga attività poetica nella lingua popolare sambenedettese ebbe inizio nel 1911 con il volume intitolato A timpe pirse, contenente dodici componimenti. Dal 1911 al 1913 pubblicò altri versi dialettali nel periodico marchigiano Il birichino (di Jesi), nel Fra Crispino (di Grottammare) e in altri giornali e riviste dell'epoca. Anni dopo, nell'immediato dopoguerra, tra le pagine del giornale cattolico paesano La Frusta Sambenedettese comparvero alcune poesie dialettali, il cui autore rimase per anni nascosto dietro lo pseudonimo “Lu Zautte” (che significa “bracciante di mare, ragazzotto”). Tali composizioni, come scrisse Enrico Liburdi, “attrassero favorevolmente l'attenzione del pubblico sambenedettese per l'arditezza caustica del pensiero, il brio della satira politica, la novità della trilussiana favoletta civile, l'incanto di una poesia dolcemente nostalgica che affascinava e faceva ripensare ai tempi meno tristi con un acerbo e melanconico rimpianto di un tenore di vita dignitosamente tranquillo di quello che allora si viveva, tra le immani rovine, le tristezze e le difficoltà del dopoguerra: una boccata di aria pura e di sincera poesia, insomma, dopo tante immeritate sventure. La voce, finalmente, davvero di un altro poeta era quella, ed ognuno smaniava di conoscere il nome, meravigliandosi grandemente di non averne avuta, fino allora, la minima notizia”. Nel 1946 le stesse poesie vennero raccolte, per i tipi de “La Frusta Sambenedettese”, nel volumetto N' ci abbadà, pubblicato sempre sotto lo pseudonimo “Lu Zautte”. Soltanto dopo alcuni anni il loro autore venne riconosciuto nel Vespasiani che, d'altronde, nel suo ultimo lavoro editoriale Voci della mia gente, apparso nel 196, incluse anche alcune rime dello Zautte. Nell'anno in cui venne dato alle stampe N' ci abbadà e in quelli successivi il Vespasiani pubblicò alcuni componimenti nei periodici ascolani Le Nostre Regioni e Nuova Aurora. Molti suoi versi comparvero anche nell'antologia di canzoni musicate, Canzoni al vento..., edita da “La Frusta Sambenedettese” nel 1948 e contenente i testi di quelle canzoni che avevano partecipato ai tre concorsi banditi dallo stesso quindicinale paesano. Ciò prima della raccolta del 1952, Canti della Riviera, che, come le opere successive, si distinse per la pregevole ed elegante veste tipografica. Tutti i lavori del Vespasiani, infatti, saranno sempre presentati, introdotti e commentati, da esperti e critici locali, ed illustrati con disegni, riproduzioni di xilografie e acqueforti. Il 1953 è l'anno della pubblicazione di un piccolo libro di dodici pagine: L'infinito, Alla luna di G. Leopardi. Versione di Giovanni Vespasiani nel dialetto Sambenedettese. Al di là delle sue ridotte dimensioni, si tratta di un opuscolo importante sia perché esso costituisce il primo esperimento, si può dire senz'altro riuscito, di traduzione di un testo letterario italiano in Sambenedettese (per i successivi occorrerà attendere Divo Colonnelli che però, si cimenterà con la prosa) sia perché il Vespasiani ha cercato di rendere accessibile al popolo due prove altissime della nostra poesia nazionale. Queste versioni furono incluse nella successiva raccolta del 1958 Luci sul molo, a cui seguì, a distanza di tre anni, nel 1961, l'ultima: Voci della mia gente. Vespasiani partecipò ad almeno due concorsi in cui si distinse. Nel 1929 vinse il primo e il secondo premio al Concorso regionale della Canzone Marchigiana a Porto S. Giorgio (rispettivamente con “Campana benedetta” e “Cecchenella”). Si aggiudicò tutte e tre le edizioni del Concorso della Canzone Sambenedettese bandito dal giornale “La Frusta Sambenedettese”, conseguendo ogni anno il primo e il secondo premio: nel 1946 con “Sturnelle marenare” e con “Come'nu dì lentane”; nel 1947 con “La retare” e “Serenate antiche”; nel 1948 con “La Lavannare” e “Lu saldarelle”. Nello stesso 1946 in un altro Concorso, quello della Canzone Marchigiana a Macerata, il suo componimento, “Oillì-oillà” vinse su tutti quelli degli altri partecipanti. Con il sonetto “Lu neputille” si aggiudicò il secondo premio nel 1950 al Concorso Regionale della Poesia Marchigiana, tenutosi a Senigallia. Infine, la poesia “ Lu fazzelitte” fu segnalata prima, tra gli altri componenti dialettali marchigiani, al Concorso Nazionale “Dell'amore e della bontà” indetto dall'editore dell'editore Gastaldi di Milano. |
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