Ripartii per la Croazia. Era giunto il momento di ricominciare con l’allevamento dei tonni. Tornato in Croazia ripartecipai alla cattura del tonno, ma in quell’anno le conseguenze
della terribile corrente del Niño fecero deviare il passaggio dei tonni, per cui la pesca fu un totale fallimento. Nel frattempo mi fu proposto dall’olandese un nuovo lavoro in Libia, così pensai di
lasciare l’allevamento dei tonni in Croazia per una nuova avventura sicuramente più remunerativa. Giunsi a Tripoli nell’anno della prima fiera della pesca: 1999. Alloggiavo in un bellissimo
albergo che si affacciava sulla Piazza Verde. Il giorno dopo l’arrivo fui accolto, insieme all’olandese, dal signor Aladin Wefati che era proprietario dell’azienda di pesce Murallajad e lavorava per uno dei figli di Gheddafi, in quanto parente della famiglia. L’incontro con quest’uomo era finalizzato alla vendita di alcune gabbie per iniziare un progetto di allevamento di tonni che il figlio di Gheddafi desiderava intraprendere. La contrattazione presentò fin da subito degli ostacoli perché i libici volevano comprare non solo le gabbie ma anche l’uomo che le avrebbe montate, cioè io, che però non avevo nessuna intenzione di rimanere da solo in quel paese, perché l’ avevo in passato conosciuto e mi aveva più volte destato dei sospetti. Così con fermezza risposi all’olandese
che non sarei mai rimasto da solo a lavorare. Mi pregò in ginocchio e, alla fine, quando mi proposero per quattro mesi uno stipendio veramente molto vantaggioso, mi convinsi. Il contratto si concluse; i libici avevano acquistato materiale e manodopera. Prima di cominciare il lavoro dovetti andare in Sicilia per incontrare il signor Scalia, che era responsabile del consolato Libico in Italia. A Palermo conobbi quest’uomo che mi ragguagliò sul tragitto che dovevo percorrere per ritornare a Tripoli. Mi disse, infatti, di fare scalo a Djerba e poi di proseguire attraverso il deserto fino alla frontiera con la Libia. Raggiunta la frontiera mi ribaltarono tutta la valigia e la cosa mi impressionò non poco, ma ormai non potevo tirarmi indietro, allora mi tenevo stretto in mano il passaporto, lo sentivo come l’unica ancora di salvezza per ritornare a casa. Arrivato a Tripoli un uomo mi venne a prendere e mi portò in un albergo, un luogo così squallido che non aveva nulla a che fare con quello che avevo visto la prima volta. Ricordo che nella mia stanza camminavano indisturbati gli scarafaggi, tanto che una notte mi sono svegliato solleticato da una brulicante acchia nera. Per due settimane mi lasciarono in quella stanza senza mai poter vedere nessuno, solo ogni tanto veniva qualcuno a portarmi un oggetto, una volta un signore con abbigliamento arabo mi consegnò un binocolo, chiesi cosa ci dovevo fare e in qualche modo capii che sarebbe servito per avvistare i tonni. Continuavo a chiamare al telefono l’olandese per esporgli la mia situazione, ma questi mi rispondeva solo con parole di conforto. Scendevo nella sala da pranzo per mangiare e non toccavo cibo per la paura, tanto che in poco tempo dimagrii quindici chili. Un giorno due arabi vennero a prendermi e mi portarono a Garabulli un paesino abitato dai Rais della pesca del tonno. L’aspetto di questi uomini mi colpì moltissimo: i loro volti, bruciati dal sole erano rigati da pieghe profonde e i loro corpi magri e pelosi erano ricurvi per una vita di privazioni e di obbedienza alle dure regole del mare e della politica. Mi chiesero di spiegare a questi uomini come funzionava il mio lavoro perché da troppo tempo non riuscivano a pescare tonni. Risposi che ero disposto a far loro conoscere la mia tecnica, ma volevo qualcuno che parlasse la mia lingua e mi facesse da traduttore. Mi accorsi che a questo problema avevano già pensato perché mi portarono a conoscere Raschid, un uomo tunisino che conosceva bene l’italiano. Io mi affidai subito
a lui e lo implorai di tradurmi effettivamente tutto quello che loro dicevano e di non farmi il “serpente” perché lì ero solo. Questi, con fare rassicurante e un po’ burlone, mi tranquillizzava anche se non riuscii mai a sentirmi al sicuro. Organizzarono subito un incontro con un Rais che mi fece conoscere il loro sistema di pesca dei tonni con le gabbie della morte e mi illustrò le difficoltà che da tempo ave vano con la pesca dei tonni. Risposi che non ero effettivamente un grande esperto, ma che era necessario ispezionare il sito dove erano posizionate le gabbie e le reti per verificare
se si erano create delle rotture alle maglie delle gabbie o degli aggrovigliamenti della rete, o se c’era un problema al fondale. Accolsero immediatamente la mia idea e in un batter d’occhio mi procurarono delle mute e delle bombole per l’immersione. Mi sentii trascinato in un lavoro che non mi spettava, avevo dato un consiglio ma non credevo di dover poi far io il lavoro, oltretutto
su dei fondali che non conoscevo. Esposi il mio disappunto a Raschid il quale mi disse che il Rais faceva parte dell’organizzazione e quindi era necessario svolgere anche questo compito. Non volevo sottostare, ma Raschid mi rassicurò dicendomi che si sarebbe immerso insieme a me. Indossammo la muta e le bombole e ci immergemmo. Arrivammo vicino all’imboccatura della prima gabbia e subito mi accorsi che giaceva intrappolato, probabilmente morto, un pesce cane di dimensioni enormi. Alla vista della bestia mi si gelò il sangue e con gesti concitati feci cenno al mio traduttore di ritornare subito a riva. Il problema era stato risolto, con quella presenza nessun tonno si sarebbe mai avvicinato alla gabbia. Allora ritirarono le reti e portarono a riva il pescecane morto, gli aprirono la bocca e per la prima volta vidi un’apertura mascellare larga quanto l’altezza di un bambino di cinque anni; fu una vista agghiacciante. In quel momento mi prese un forte stato di tensione e paura perché avrei dovuto solcare acque con pesci di quelle dimensioni. Il mio compito tra i Rais del tonno si era concluso. Il giorno dopo una macchina mi portò da Garabulli a Combs e poi a Leptis Magna, una straordinaria città greco-romana. Fecero sistemare me e il mio traduttore in un piccolo albergo al centro di questa cittadina. Non sapevo ancora quale era il mio prossimo impiego perché il tutto si svolgeva in segreto, tra lunghi silenzi ed estenuanti attese. Un giorno, nel piccolo albergo, venne a trovarci un uomo del luogo per ammonirci che non dovevamo parlare con nessuno del lavoro che saremmo andati a svolgere. Di certo la mia ansia non faceva altro che aumentare e la sensazione di sentirmi in trappola era sempre più forte.
Dopo alcuni giorni mi raggiunsero tre italiani con l’incarico di aiutarmi nel montaggio delle gabbie; un lavoro che si protrasse per circa un mese. I giorni trascorsero con tranquillità, anche se dovevamo lavorare facendo attenzione a non far capire cosa precisamente stessimo costruendo; neanche il capitano del porto doveva conoscere il motivo della nostra presenza. I momenti di pausa non erano frequenti ma, quando potevo, mi dilettavo a pescare in quell’acqua splendidamente limpida e un giorno rimase impigliata nella mia piccola rete una polposissima cernia.
Nel frattempo conobbi altri sommozzatori e un ex marines libico, Salam, che venne a far parte del mio ristretto equipaggio con la funzione di controllore. Un uomo al servizio di Gheddafi, ma aperto e ospitale, tanto che si rese disponibile a farmi da cicerone nella visita di alcune località della Libia e mi ospitò a casa sua per mangiare il couscous con la cernia che avevo pescato. La sera che andai a cena a casa di Salam, insieme ad altri suoi amici, mi fece accomodare in una sala che non aveva tavoli con sedie, ma tanti cuscini per sedersi e un piccolo tavolino basso per appoggiare le stoviglie; eravamo tutti uomini, ma sapevo che aveva cucinato la moglie del padrone di casa, anche se la vidi solo per pochi minuti: arrivò nella sala camminando in ginocchio con il vassoio in mano e dopo averlo lasciato sul tavolo ritornò indietro allo stesso modo e senza mai voltarsi per poi sparire. Mangiavamo tutti i giorni riso e verdura e il pesce quando potevamo pescarlo, pertanto
chiedemmo dove potevamo mangiare un po’ di carne e ci portarono in un piccolo ristorante in mezzo al deserto. Più volte ci recammo in quel posto per variare un po’ la nostra alimentazione, fino a quando un giorno fu investito sulla strada un cane e il proprietario del ristorante uscì con una pala, lo prese e lo portò in cucina; da quella volta non andammo più a mangiare in quel posto.
Il pasto fu una delle esperienze più devastanti: mangiavamo poche cose e quelle poche sempre con le mani, insomma un’esperienza tanto unica quanto disgustosa ma la fame data dalla fatica era tanta e quindi si andava avanti. Appena terminato il lavoro di costruzione e messa in opera delle gabbie, bisognava uscire in mare per la pesca del tonno. Mi ritornò in mente il pescecane e la paura riaffiorò come il flutto di un delfino, ma non sapevo come ovviare all’impegno preso, fino a quando pensai di proteggere la mia pelle facendo venire a pescare con me dei marinai
italiani, almeno con loro avrei potuto dialogare meglio e soprattutto, conoscendo lo spirito di solidarietà che accomuna i pescatori italiani, in caso di pericolo non mi sarei trovato solo. Feci presente agli organizzatori del progetto che per pescare i tonni occorreva una barca italiana, con equipaggio italiano perché più esperto nella cattura del tonno. Mi ascoltarono e chiamarono una barca di Cetara. Con l’aereo ci raggiunsero il comandante e l’armatore. Illustrai loro il lavoro e i vantaggi economici, ma mi risposero che in quel posto non ci sarebbero venuti neppure se li ricoprivano d’oro, perché la loro pelle valeva più di ogni altra cosa e poi non erano sicuri se mai la barca l’avrebbero ripresa una volta pescato il tonno. Così dovetti uscire per mare da solo, di notte, insieme a marinai libici. Stetti venti giorni in giro per il Golfo della Sirte senza mai vedere un tonno, anche perché il progetto era iniziato tardi, ossia in estate quando i tonni hanno
già attraversato il Mediterraneo per raggiungere le acque atlantiche. La compagnia sulla tonnara non era a me gradita perciò decisi di dormire tutto il periodo sulla plancia della barca, riscaldato dalle coperte e dalla compagnia dei delfini che, ignari della mia presenza, si avvicinavano allo scafo della barca facendosi spingere dalla corrente. Trascorrevo quei giorni oppresso dalla paura di non ritornare a casa se non avessi preso i tonni, dovevo inventarmi qualcosa per attirare quei benedetti pesci, così pensai di fare un po’ di pastura con le alici e chiesi se potevano procurarmene delle casse. La sera stessa arrivarono due lampare. La pesca delle alici fu fruttuosa, ma il modo di lavorare dei libici era obsoleto, tuttavia durante la notte potei iniziare con la pastura. Ma la
mattina, del tonno, neppure a sentirne la puzza! Decisi di comunicare al comandante della barca di fermarsi perché non era più necessario continuare a girovagare per il Golfo, ma questi capì di andare indietro invece di virare così l’elica tranciò la cima di rimorchio, distruggendo la gabbia che trascinavamo. In quel momento mi sentii perso, non avevamo preso un pesce e per ritornare in
porto ci occorrevano due barche, una per trainare la gabbia mezza rotta e una per l’equipaggio. La possibilità che non ci mandassero neppure una barca era tanta in quanto per gli organizzatori tutto il mio lavoro era stato solo una perdita e dovevo, quindi, ancora una volta, inventarmi qualcosa per sopravvivere. La soluzione più veloce era quella di scendere in mare e togliere la cima dall’elica per poi ricominciare a navigare verso il porto. Rashid ascoltò il mio suggerimento così ci rimettemmo la muta e ci immergemmo. Dopo pochi minuti di immersione ci accorgemmo che alcuni pescecani si stavano avvicinando. Tremavo di paura e i miei movimenti cominciarono a diventar lenti, ma uno sprazzo di adrenalina mi diede la spinta per ritornare in superficie e, risalito sulla barca, presi la gabbia di protezione per poi ricalarmi con essa, in questo modo i pescecani non si sarebbero avvicinati. Con la seconda immersione riuscii a liberare la cima dall’elica. Ora potevo riprendere la navigazione e riportare la gabbia a terra. Giunto in porto chiamai in riunione gli organizzatori del progetto per dir loro che ormai non era più tempo per la pesca del tonno, questi mi risposero che l’importante era che io pescassi qualche pesce per far vedere che avevamo tentato una battuta di pesca. Le mie tribolazioni non erano finite, non sapevo proprio più che pesci pigliare! Avevo in dotazione una rete con le maglie troppo larghe, quale pesce avrei potuto prendere se non pescecani? Esposi le mie difficoltà e ancora una volta proposi una soluzione.
Non sapevo più qual’era il mio compito lì, mi sentivo abbandonato dal mio amico olandese che oramai non si faceva più trovare neppure al telefono, la mia famiglia era lontana e i sotterfugi dei libici continuavano ad essermi oscuri, volevo ritornare a casa e lasciarmi alle spalle questa brutta esperienza: ma quando? e come? Mi resi conto che il Golfo della Sirte era ricco di pescespada e con dei palancari avrei potuto pescarne una buona quantità. Ordinai 10 Km di cima, gli ami e altra attrezzatura. Costruii due palancari da 5 Km ognuno e li calai in mare. La speranza è l’ultima
a morire e infatti mi aggrappai ad essa nell’attesa che il pesce abboccasse. Oltre duecento pescespada abboccarono e furono venduti in Sicilia tramite un commerciante locale. Ero salvo, forse potevo ritornare a casa. A terra rimasi per dodici giorni fino al giorno di apertura della festa nazionale libica che durava dieci giorni durante i quali tutti i lavori dovevano fermarsi. Per quel periodo sarei stato solo una spesa per i libici così mi dissero che potevo ritornare a casa per alcuni giorni ma poi dovevo ritornare e per assicurarsi il mio ritorno, mi fecero firmare un nuovo contratto.
Tornato a casa con il passaporto italiano-libico decisi che in quella terra non ci sarei mai più ritornato. Riabbracciai la mia famiglia come un soldato che ritorna da una lunga guerra, emaciato
e con la pelle bruciata dalle lunghe campagne (di pesca) combattute sotto il sole cocente del Golfo della Sirte. Il ristorante che avevo lasciato in gestione al mio socio stava andando molto bene,
ma questi non era stato in grado di gestire il guadagno, tanto che ritrovai il conto corrente prosciugato. Dovevo assolutamente rimanere a casa per pensare ai miei affari, ma i libici mi richiamarono e questa volta minacciandomi che se non sarei andato da loro sarebbero venuti a prendermi a casa. Fui messo alle strette così negoziai un incontro in Sicilia. Chiusi il ristorante per una settimana e partii per la Sicilia. L’incontro avvenne a casa del sig. Scalia a Palermo insieme ad Aladin Wefati, proprietario dell’azienda di pesce. Dissi loro che avevo dei problemi di salute fortunatamente quando andai avevo una fortissima bronchite che avallò la mia scusa - per cui non mi sentivo di continuare il lavoro.
-Tuttavia voglio onorare il contratto mandandovi delle persone di mia fiducia alle quali potete trasferire il mio stipendio, però dobbiamo andare a Trapani perché lì risiedono i fratelli Tramati che si occupereranno della pesca del tonno – dissi loro.
Non sapevo se i fratelli Tramati avrebbero accettato, ma azzardai. Quando incontrammo i fratelli Tramati ed esposi l’affare questi rimasero inizialmente un po’ titubanti, ma li convinsi dicendo che li avrei fatti aiutare da due ragazzi croati già esperti in allevamento di tonni. Anche con i ragazzi croati non avevo mai parlato prima, tutto mi venne in mente all’istante. Concluso l’accordo con i fratelli Tramati (li aiutai anche a scegliere la barca con la quale andare a fare la pesca del tonno), partii per la Croazia per incontrare coloro che avrebbero dovuto occuparsi delle gabbie e dei vivai. Parlai dei lauti guadagni che un tale lavoro avrebbe procurato e quindi che era un’opportunità da non farsi scappare di mano. Azzardai di nuovo e, fortunatamente, anche questi accettarono.
La battuta di pesca in Libia fu un successo, facendo guadagnare tutti più del previsto. In Croazia vendetti la mia quota e mi tolsi definitivamente dalla compartecipazione al progetto sull’allevamento dei tonni.
Ritornai a San Benedetto. Avevo deciso che da ora in poi mi sarei occupato solo del mio ristorante e a modo mio, per cui dovevo liquidare il mio socio, cosa che feci con i soldi ricavati dalla vendita delle quote in Croazia.