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Ernesto Spina

Ernesto Spina
Ernesto Spina

Ernesto Spina (1878-1959)

Nel giro di pochi anni la strada segnata da Bice Piacentini fu percossa da due diverse personalità, maschili questa volta, che comunque forniscono, come colei che li ha preceduti, pregevoli risultati. Furono Giovanni Vespasiani, che pubblicò la sua prima raccolta, “A timpe pirse” , nel 1911, ed Ernesto Spina che avrebbe dato alle stampe l’anno successivo (1912) le sue prime composizioni. Quest’ultimo può quindi definirsi il terzo autore dialettale in ordine cronologico. Tra i due poeti, il Vespasiani e lo Spina, si è più volte scritto, giustamente, che non poche sono le differenze, specie quelle che distinguono le loro produzioni “Più sentimentalmente poetico ed idealista del Vespasiani”, afferma lo storico Enrico Liburdi, “fabbro di metri armoniosi sul modello delle vicine canzoni dell’Abruzzo e del Napoletano; più semplice e popolareggiante, e forse più felice interprete della schiettezza rude del lupo di mare, lo Spina, che si fa sempre notare nel quadretto d’ambiente e nell’indovinato motto di spirito pervaso ognora da una vena di pacata umanità”. Ernesto Spina nacque a S. Benedetto del Tronto il 27 gennaio 1878 e qui si spense il 24 novembre 1959. Trascorso il periodo dei suoi studi con il quale giunse a conseguire il diploma di licenza elementare superiore, a venti anni vinse un concorso che gli permise di entrare nell’Ufficio Postale di Ancona, da cui venne in seguito trasferito in quello di Ascoli Piceno, e da lì, infine, a S. Benedetto. Negli anni del regime dovette, però, dimettersi dall’impiego statale perché rifiutatosi di iscriversi al partito fascista. Riuscì comunque a trovare lavoro presso una ditta privata, la S.A.P.R.I., presso cui rimase per un decennio. Nel 1903 si era sposato con Lucia Caselli. E proprio agli anni che seguirono il suo matrimonio vanno fatti risalire primi suoi componimenti poetici in dialetto sambenedettese, alcuni dei quali furono da lui pubblicati nell’esile silloge dell’esordio, “Lu mare nustre”, del 1912, che venne ripresentata al pubblico cittadino, dato il successo da essa riscosso, in una ristampa ampliata sette anni più tardi (1919). Da allora e per più di un quarantennio si sarebbe dedicato alla scrittura dialettale, oltre che a quella in lingua, pubblicando successivamente le opere “Folklore sambenedettese” (1913), “ Usi e costumi popolari sambenedettesi scomparsi” (1943), “Pè Sammenedette vì!”(1949), “Na ‘mbrize de Curaje” (1954), “Bozzetti Marinareschi” (1956) e l’ultima, data alle stampe l’anno della sua morte, “Mare…..” (1959). Lo Spina era solito non soltanto dedicarle, ma versare l’incasso ottenuto dalla loro vendita all’Istituto sambenedettese “S. Gemma Galgani”, che era stato fondato dall’amico, ingegnere e sacerdote, Don Vittorio Massetti al fine di salvare dalla miseria e dalla strada bambini poveri e abbandonati. Appassionato di teatro, istituì, insieme ad alcuni amici, una “Filodrammatica” locale che mise in scena, fra gli altri, alcuni suoi lavori. Lo Spina fu autore di brillanti commedie che vennero rappresentate con grande successo e non solo entro i confini cittadini. Del 1912 è la commedia dialettale in tre atti, “Jere destenate!” l’unica ed essere da lui scritta in Sambenedettese. Tutte le altre sono in lingua e, precisamente, in ordine cronologico sono: “Il segreto di Frigène” (1940), fiaba in tre atti musicata del maestro Attilio Bruni; “Quando l’amore punge” (1940), operetta in tre atti musicata dal maestro Eraldo Grati; “La Sfollata!” (1944), dramma in tre atti; “L’Affittacamere” (1944), commedia brillante in un atto. Tra tutte quella che riscosse maggior successo fu l’operetta “Quando l’amore punge”, rappresentata anche nella Capitale. Ricordiamo anche lo Spina autore di testi poetici dialettali che vennero musicati e che parteciparono con successo a innumerevoli concorsi, tra i quali quello del 1930 a Porto S. Giorgio in cui la sua canzone “Lu spavalde” vinse il primo premio, quello del 1932 ad Ascoli Piceno (terzo premio con “Lu saldarelle dispettose!”), quello del 1940 a Macerata (terzo premio con “Cante a ‘lu vinte”) e, infine quelli di S. Benedetto del Tronto, del 1946 edel 1948 (secondo e terzo, rispettivamente, con “Lu vassalace!” e “So bbelle prasà!”). Ciò che è stato detto riguardo al suo teatro, e cioè che in alcuni casi esso vacillò i confini cittadini, può essere esteso anche a qualche canzone. In particolar modo per “Nuttate de lune”, alle cui note e parole molti sambenedettesi ancora oggi legano i loro più cari ricordi. 

 

 
 

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